Riportiamo l’omelia di Mons. Paolo Martinelli

Vescovo ausiliare della diocesi di Milano,

pronunciata in occasione

della festa della Sacra Famiglia

Carissime sorelle, cari fratelli,

è molto bello che la liturgia preveda in questi giorni ancora così vicini al santo Natale, all’interno dell’Ottava di Natale, la celebrazione della Santa Famiglia, di Gesù Maria e Giuseppe. Innanzitutto questo tempo dell’Ottava è un tempo prezioso perché ci fa capire, ci educa a comprendere che il mistero del Natale è una festa troppo grande perché si limiti ad un solo giorno. E’ per questo che da otto giorni la liturgia continua a ricordarci, ad approfondire il mistero del santo Natale. Dopo aver celebrato il 25 dicembre, infatti, altri misteri hanno approfondito l’incarnazione del Signore; abbiamo celebrato santo Stefano il protomartire, il primo martire della fede così che ci ha fatto vedere come il mistero del Natale, la nascita di Gesù in mezzo a noi, chiede la testimonianza, ed è l’accoglienza, la corrispondenza della nostra vita al Vangelo. Poi la liturgia ci ha fatto approfondire il mistero del Natale celebrando la festa di san Giovanni, l’apostolo e l’evangelista è quel discepolo che il Vangelo definisce come quello particolarmente amato da Gesù; quindi ci ha fatto vedere come l’evento del Natale, la nascita di Gesù tra di noi, è qualcosa che può essere accolto non solo nella mente, ma anche con il cuore. Gesù è chiamato a diventare in noi centro affettivo della nostra vita. Ancora il tema della testimonianza è stato sottolineato dalla celebrazione di ieri dei santi Innocenti Martiri.

E oggi troviamo, questa domenica all’interno dell’Ottava del santo Natale, dedicata alla santa Famiglia. È un tema molto importante perché il tema della famiglia è essenziale per capire il realismo del Natale, cioè il realismo del mistero di Dio che ha voluto diventare un uomo, uno come noi, tra di noi; e noi sappiamo che si nasce sempre in relazione con altre persone. Per quanto la realtà della famiglia possa essere oggi in difficoltà per tanti motivi culturali, sociali, tuttavia rappresenta sempre il luogo originario dove accade la vita, la vita che nasce. La famiglia ci ricorda che noi non nasciamo mai da soli. Noi nasciamo sempre dentro un contesto di relazione, e noi chiamiamo famiglia proprio il contesto delle relazioni originarie, il padre e la madre, intorno alla nascita di una nuova creatura. Questo che cosa vuol dire ancora più profondamente anche dal punto di vista umano prima ancora che dal punto di vista propriamente teologico in riferimento a Gesù? Vuol dire che tutti noi nasciamo innanzitutto come figli. Questo non è un dato secondario, anzi, è qualcosa di molto importante per capire la nostra identità umana. Legare il mistero della nascita ad una famiglia vuol dire ricordare che noi innanzitutto siamo figli, siamo figlie, e questo è qualcosa che noi non potremo mai strapparci di dosso. Nella vita ci si può non sposare, perciò non si diventa mai moglie, si può non diventare marito. Nella vita si può non generare a nostra volta dei figli e quindi uno può non diventare padre e può non diventare madre, ma non si può non essere figli; questo lo siamo sempre per il fatto stesso di essere nel mondo. Questa è la prima identità antropologica, la prima identità umana. Se ci siamo è perché siamo figli. Al di la poi che il rapporto con i nostri genitori possa essere stato positivo oppure possa avere avuto delle difficoltà, delle ferite ciò non toglie che esistere vuol dire essere figli.

E questa è una realtà che rimarrà vera per sempre. Venire al mondo, per una creatura umana ha sempre bisogno di qualcuno che venga prima, che ci accolga. Nessuno può darsi la vita da solo e questo sarà vero sempre. Noi sappiamo che l’uomo oggi è arrivato a mettere le mani sulla struttura intima della propria realtà. Oggi possiamo arrivare a mettere le mani sul nostro genoma; possiamo toccare la struttura intima del nostro essere e potremo fare anche altre cose in futuro; ma una cosa rimarrà vera per sempre: chi non esiste non può darsi l’inizio da solo, ci deve essere qualcuno che viene prima. Poi tra l’altro è interessante che  il cucciolo d’uomo sia la realtà che più ha bisogno degli altri. Gli altri animali bene o male se la cavano presto, diventano grandi presto da soli; l’uomo invece, per sua natura ha bisogno di qualcuno che si prenda cura di lui fin dall’inizio.

Ecco che cosa ci ricorda dal punto di vista antropologico, dal punto di vista umano, la realtà della famiglia. Ciascuno di noi per venire al mondo ha bisogno di qualcuno che lo accolga. Ha bisogno dei genitori, di un padre e di una madre che lo accolgano e lo educhino, lo facciano diventare grande. E questo ci aiuta perciò a capire che esistere è sempre essere figli. La vita è sempre qualcosa innanzitutto di ricevuto, non siamo noi a darci il fondamento. Non c’eravamo poi a un certo punto ci siamo stati nella vita; non siamo stati noi a creare questo passaggio. Allora se ci siamo è perché siamo voluti; e l’essere in una famiglia è il simbolo originario che esistere è essere voluti, che esistere chiede originariamente l’accoglienza. Allora la sacra Famiglia ci ricorda che Gesù stesso per farsi realmente uomo ha avuto bisogno di una famiglia. Ecco perché la liturgia colloca all’interno dell’Ottava del Natale la celebrazione della sacra Famiglia.

Questo ci dice il realismo dell’incarnazione, il realismo del Verbo di Dio che si fa realmente uomo. Come uomo Gesù non si dà l’esistenza da solo pur essendo Figlio di Dio; ha dovuto aver bisogno del grembo di una donna, ha avuto bisogno che Maria disse sì alla parola dell’angelo; ha avuto bisogno di un contesto famigliare che lo accogliesse, che potesse difenderlo, proteggerlo, custodirlo. Noi dobbiamo guardare con profonda tenerezza al mistero della sacra Famiglia perché ci dice il realismo di questo Dio che ha voluto vivere l’avventura di essere davvero uomo, addirittura avendo lui bisogno di un grembo, del volto di una madre, del volto di un padre, putativo come fu Giuseppe, ma fu realmente padre per Gesù, seppe essere per lui la rappresentazione della paternità. Ecco allora che Gesù per farsi realmente uomo ha avuto bisogno di una genealogia dentro la quale incarnarsi. Egli è nato dalla stirpe di Davide proprio grazie a Giuseppe, Giuseppe infatti era della stirpe davidica e noi possiamo chiamare Gesù figlio di Davide per ciò  che porta a compimento le promesse a Davide proprio perché ha questa famiglia che lo accoglie. Quindi l’immagine evangelica della Famiglia di Nazareth è un’immagine tanto cara e tanto profonda per farci capire la tenerezza di Dio che ha voluto assumere la nostra condizione umana.

Ma dal Vangelo noi veniamo a conoscere che la Famiglia di Nazareth ha una grande tribolazione. È interessante che l’immagine che il Vangelo ci rappresenta della santa Famiglia non è un’immagine dove tutto va bene, ma è un’immagine di tribolazione. La Famiglia di Nazareth è minacciata: è minacciata dal potere, dal potere di Erode che non sopporta l’umile novità della nascita di questo bambino dalla stirpe di Davide chiamato a regnare. Sente come in Gesù un antagonista, allora lo vuole colpire, lo vuole eliminare.

Allora la Famiglia, la santa Famiglia custodisce Gesù. Maria innanzitutto custodisce il bene profondo di questo bambino che deve salvare l’umanità dal male. E Giuseppe, questa figura così umile, silenziosa, casta, premurosa e attenta. Giuseppe, non solo custodisce Gesù, ma custodisce il rapporto che c’è tra Gesù e Maria. Questa è una cosa molto bella da notare nella santa Famiglia; Giuseppe si premura perché non vada perduto questo rapporto originario tra Gesù e Maria che è madre di Dio ma anche madre nostra. E la minaccia della sacra Famiglia può essere anche per noi simbolo del travaglio della famiglia nel nostro tempo.

La fatica della famiglia è simbolo in realtà del travaglio che l’uomo oggi sta compiendo. Papa Francesco ci ha ormai abituati a considerare il nostro tempo non tanto come un’epoca in cui ci sono tanti cambiamenti, ma proprio come un cambiamento d’epoca. Siamo in un tempo in cui cambiano i paradigmi fondamentali del pensiero dove a volte anche le evidenze più elementari, anche attraverso gli affetti sembrano venire meno. E allora la famiglia, proprio questa cellula così originaria intorno al senso della nascita e al senso dell’essere figli, è la realtà che immediatamente sente in modo profondo l’influenza di questo cambiamento di epoca. Il mistero della sacra Famiglia e la Parola di Dio che abbiamo ascoltato ci aiutano a capire quali sono gli elementi di crisi e quale è il compito che oggi ci aspetta come famiglia ma anche come Chiesa, anche come tutte le diverse vocazioni che ci sono nella Chiesa.

Innanzitutto potremmo dire che la famiglia è attraversata da due differenze fondamentali che danno la sua identità e che proprio oggi sono in fatica, quindi abbiamo bisogno di approfondirle, di sostenerle. Sono due differenze fondamentali. Innanzitutto quella tra i genitori; la differenza tra l’uomo e la donna e dall’altra parte la differenza tra i genitori e i figli. Queste sono le due grandi differenze su cui si regge l’identità della famiglia, dell’amore fecondo tra l’uomo e la donna e la relazione tra i genitori e i figli. E se ci pensiamo oggi sono proprio queste due differenze quelle che soffrono più profondamente. Potremo dire che in generale non è tanto la realtà della famiglia che ha una sua crisi particolare; oggi sentiamo che un po’ tutti vogliono fare famiglia, ma quello che oggi si fa fatica a vivere è proprio la relazione tra l’uomo e la donna. Spesso l’uomo e la donna fanno fatica a stare l’uno di fronte all’altro accogliendosi vicendevolmente, anche nei propri reciproci limiti che ci sono; perché l’uomo per la donna e la donna per l’uomo è segno di un mistero più grande per cui ogni uomo e ogni donna è fatta per donare la vita nella reciprocità e nella fecondità dell’amore. All’inizio di ogni matrimonio c’è sempre una grande attrattiva che l’uomo e la donna suscitano vicendevolmente nei propri cuori perciò si sente nel matrimonio come un’attrattiva, una promessa di grande felicità, di grande aspirazione ma poi, certo, lungo la vita questa attrazione non rimane immutata, si deve approfondire e deve fare i conti anche con l’esperienza dei limiti che l’uomo e la donna portano. Allora è qui dove bisogna imparare ad andare oltre l’apparenza ed accorgersi che l’uomo per la donna e la donna per l’uomo si è segni di un mistero più grande; per questo il matrimonio è un sacramento perché l’uomo per la donna e la donna per l’uomo devono essere segni del rapporto con Dio; ciascuno entra in rapporto con Dio attraverso la persona che gli è diventata compagna per la sua esistenza. Ecco, l’uomo oggi fa fatica a vivere questo quando si dimentica che l’altra persona è segno di un mistero più grande.

Allora se non si riconosce questo si rischia di rimanere delusi perché la vita del matrimonio ha nell’origine una grande attrattiva ma che poi deve fare i conti con il limite che ciascuno ha. Ma se nella fede si impara a vivere questo rapporto, allora il limite proprio dell’altro non diventa più un’obiezione, ma appunto diventa il segno in cui si scopre nell’altro una presenza più grande, la presenza di Dio stesso che ci rende partecipi del suo stesso amore attraverso la vocazione famigliare.

E poi l’altra grande differenza: quella tra i genitori e i figli, abbiamo ascoltato le letture sia dell’Antico che del Nuovo Testamento, dal libro del Siracide e della Lettera di san Paolo ai Colossesi dove si descrivono come devono essere questi rapporti non solo tra i genitori ma anche tra i genitori e i figli. Rapporto di benevolenza, di accoglienza, di amore, e anche di obbedienza, di vicendevole obbedienza. Perché è importante questo rapporto che viene segnalato? Ci sono genitori che fanno fatica a seguire i propri figli, a fargli imparare un atteggiamento in cui vivere la vita come un dono da approfondire, da imparare, anche imparare ad essere obbedienti a determinati punti di riferimento. La Parola di Dio inserisce, sottolinea, approfondisce questo valore del rapporto tra i genitori e i figli, proprio perché lì impariamo ad essere veramente figli. Certo la nostra identità ultima è quella di essere figli di Dio, ma si impara ad essere figli di Dio nascendo come figli dentro una famiglia, e quindi riconoscendosi come voluti, accolti, sostenuti nella propria identità di figli. Ecco perché è importante questo rapporto e bisogna sempre custodirlo anche se bisogna magari modificarlo per togliere gli aspetti più formali di questo rapporto che impediscono di vivere una vera familiarità. Ma il rapporto tra i genitori e i figli è importante per non dimenticarsi mai della propria identità dell’essere voluti, dell’essere amati; che la vita non è un caso fra nulla e nulla, ma che se siamo al mondo è perché siamo voluti, è perché siamo dentro un disegno buono, un disegno di bene dove ciascuno di noi come figlio è unico e irrepetibile, ciascuno di noi proprio come figlio è originale e ha un dono particolare da vivere e da comunicare agli altri. Essere figli non vuol dire essere fotocopie dove siamo tutti uguali, e come nelle fotocopie quando ne perdi una al massimo ne puoi fare un’altra e torni come prima, non è vero! Essere figli invece dice il volto singolare di ciascuno di noi.

Allora concludo con due osservazioni che possono aiutarci a riprendere il valore del rapporto tra l’uomo e la donna perché si impari ad essere l’uno per l’altro segno dell’amore di Dio imparando ad accogliere anche i propri limiti vicendevoli. E dall’altra parte riscoprire questo rapporto di figliolanza all’interno della famiglia.

La prima cosa che vorrei dire come una osservazione è che non dobbiamo mai dimenticarci che siamo sempre tutti figli anche quando si diventa genitori. Questo forse è uno dei problemi che ha reso un po’ complicata la vita famigliare: è quando i genitori si dimenticano di essere loro stessi innanzitutto dei figli. Allora bisogna riscoprire anche per essere padri, per essere madri, che in realtà non smettiamo mai di essere figli, e che la vera paternità ultima è quella di Dio; ed essere genitori vuol dire essere segno di una paternità più grande, la paternità di Dio. Quando ci dimentichiamo di questo allora i rapporti diventano duri, diventano difficili; invece di essere padri si può rischiare di sentirsi un po’ come padroni della vita dei figli, invece siamo tutti figli. Allora i genitori sono chiamati ad essere per i figli segno di una paternità più grande, quella che viene dal cielo.

Allora anche i figli possono aiutare i genitori perché ricordino che la paternità ultima è quella di Dio e che perciò siamo tutti figli e figlie di Dio nell’unico Figlio di Dio, Gesù Cristo, che ha voluto nascere nella nostra condizione umana.

La seconda e ultima osservazione che vorrei fare: per vivere bene ed essere genitori, essere figli, la propria realtà famigliare bisogna fare in modo che nella Chiesa ci si aiuti di più tra vocazioni diverse. È bello vedere che qui oggi, intorno all’altare, in questa santa chiesa dove vivono delle persone consacrate a Dio, cioè delle persone che non si sposano, non hanno una propria famiglia ma che vivono la consacrazione  a Dio nella vita religiosa, nella verginità. È bello vedere la loro presenza, che è una presenza orante, una presenza che pensa alle famiglie, perché le famiglie si sentano pensate, e custodite anche dall’altra forma vocazionale che c’è nella Chiesa. La vita famigliare, il matrimonio e la vita di consacrazione. Il problema non è chi è migliore dell’altro, ma come le vocazioni si possono aiutare vicendevolmente. E penso che una famiglia che voglia vivere il matrimonio davvero in modo bello dove i coniugi sono segno vicendevole dell’amore di Dio, dove si riscopre il rapporto tra i genitori e i figli, ricordando che siamo tutti figli di Dio, a questa famiglia faccia bene poter guardare ogni tanto anche a coloro che invece non si sono sposati, non hanno fatto una famiglia, ma che hanno voluto consacrare la propria vita a Dio secondo la vocazione che è stata loro data, proprio per ricordare quale è il fine ultimo anche del matrimonio, anche della  famiglia che è quello di essere segno dell’amore di Dio.

Ringraziamo il Signore per il dono di tutte le famiglie nella Chiesa e nel mondo intero, anche quelle che fanno più fatica a vivere la propria vocazione.

Preghiamo il Signore perché nella Chiesa tutte le vocazioni si aiutino per vivere la vera dignità dei figli di Dio e possiamo consegnare al mondo la gioia del Vangelo che ci è stato donato.

 

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