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Santa Veronica Giuliani

ESPERIENZA E DOTTRINA MISTICA

Pagine scelte a cura di P. Lazaro Iriarte OFM CAP

Roma, 1981

Fanciullezza e adolescenza (1661-1677)

 

QUINTO GIORNO

 

Vocazione religiosa e opposizione del padre

 

Più crescevo in età, più brama mi veniva di farmi monaca. Lo dicevo; ma non avevo nessuno che ciò credesse, e tutti mi davano contro. In particolar modo mio padre, il quale sino piangeva e mi diceva assolutamente che non voleva; e per levarmi da tale pensiero, bene spesso menava altri signori in casa, eppoi mi chiamava lì alla presenza loro, mi prometteva tutti gli spassi; ed anche tutti quei signori facevano lo stesso. Si mettevano poi a raccontare tutte le cose del mondo, acciò io mi avessi ad invogliare di quelle cose. Ma in me facevano tutto l’opposto.  In quel punto mi venivano tanto a nausea le cose mondane, che non potevo sentir ragionare di esse: e più volte dissi a tutti che non mi facessero tali racconti, perché più cose sentivo più mi sentivo allontanare da esse.

Tanto non mi giovava niente: ogni dì veniva questo martirio per me.

Io ebbi pazienza per più tempo; poi alla fine di dichiarai in presenza di tutti che tali discorsi mi facevano nausea. Più non potevo soffrirli, ed alla presenza di essi feci un buon pianto sopra la miseria dei poveri mondani. Vedendomi essi piangere, tutti si mossero a compassione, e mi promisero di non farmi mai più simili discorsi. Ma io dissi loro:

  • Penso che oggi sarà l’ultimo giorno che mi parleranno, perché mai più verrò alla loro presenza.

Così dissi, così volevo fare; ma il giorno seguente di nuovo ritornarono, e mio padre volle vi andassi in tutti i modi. Obbedii, ma con patti che non ragionassero di mondo. Così fecero.

Io ben m’accorgevo del laccio che il demonio andava stendendo, e con tutta la ripugnanza che sentivo, tanto l’umanità ci pigliava qualche compiacenza. Stavo più cheta (che) potevo, perché, come parlavo, ben conoscevo che mio padre se ne pigliava gusto grande, e tutto si rallegrava. Io facevo tutto quello che esso non avesse gusto, acciò si fosse distaccato un poco. Ma non mi giovava niente, perché esso sempre pareva che mi volesse più bene.

Delle volte mi diceva:

  • Io ti voglio contentare in tutto; solo voglio che non ti faccia monaca.

Dicendo così, per tenerezza piangeva. Io gli dicevo:

  • Se volete contentar me, io non voglio altra grazia da voi se non che mi mettiate in un convento. Tutti i miei gusti son qui; datemi questo contento, che così mi darete contento in tutto, e vedrete che, se fate ciò, proverete consolazione anche voi.

Esso pensò di provarmi a farmi mutare di pensiero. Così da più persone religiose mi fece parlare; ma io ogni volta mi sentivo più ferma nella vocazione religiosa. Me ne andavo in camera ov’era stando io ivi a fare orazione, ben sentivo che io dovevo essere sua sposa. Ciò mi apportava tal animo e mi affermava così grandemente del mio proposito, che di nulla temevo. Anzi dicevo con tutta libertà, tanto al padre come a tutti:

  • Fate quanto volete, io sarò monaca; e vedrete. Non è possibile che mi muti; anzi sento che sempre mi cresce il desiderio.

Per vedere se mi poteva convincere, mi cominciò a dire che, se mi volevo far monaca, non dovevo andare con le altre sorelle. Questo lo diceva apposta, perché sapeva il gran bene che io volevo alle mie sorelle, ed esse volevano a me; sicché pareva cosa impossibile il potere io stare senza di loro.

Con tutto ciò sentivo un animo così generoso, che, per sposarmi con il Signore, il lasciare il padre e le sorelle con tutto quello che mi promettevano, tutto mi pareva niente. Di nuovo me n’andavo in camera da quell’immagine del Salvatore e gli dicevo:

  • Mio Signore, voglio esser vostra; non mi lasciate.

Ed esso pareva che mi parlasse con dirmi che avevo da essere sua sposa; ed in questo mentre la detta immagine si faceva così bella che io non riconoscevo più che fosse quel quadro; parevami tutto mutato. La bellezza, che io scorgevo in quel volto!… Mai nei miei giorni ho veduto cosa più bella.

Questo mi avvenne più e più volte. Alla fine mi venne voglia di portarlo ove andavo. Così facevo, e l’ho portato anche qua, chè è un quadro di questi ordinarii. Ma tanto non m’è stato concesso che io lo possa tenere. Anzi vi faccio molta violenza, stante che il detto quadro l’hanno messo a piè di una scala, ed io, se potessi, lo terrei dentro un reliquiario. Sia ogni cosa per amor di Dio! E ben vero che, da che sono qua, non l’ho mai più veduto in quella bellezza; solo me ne ricordo come fosse adesso.

Mio padre di già vedeva che io ero risoluta e stabilita di monacarmi; ma tanto pensava che io mi mutassi di pensiero. Così  delle volte si metteva a discorrere con me delle cose di casa, e con bel modo mi pregava che io restassi con esso lui, perché egli altro contento non aveva che me. Io gli dicevo:

  • Come ho da fare, se mi sento che il Signore mi vuole per sua sposa? Anche esso è mio supremo padre; non solo gli devo obbedire io, ma anche voi bisogna che vi rimettiate al suo volere. Esso vuole che voi gli facciate questo donativo. Alla fine gli donate quello che esso v’ha concesso. Non sono più vostra; son tutta del mio Signore.

A questo mio parlare si inteneriva, e delle volte anche piangeva con dirmi:

  • Avete ragione: anche io sono contento che seguitiate il Signore; vi voglio contentare, vi farò monaca anche a voi.

Quando diceva così mi sentivo tutta rallegrare.

 

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