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Santa Veronica Giuliani

ESPERIENZA E DOTTRINA MISTICA

Pagine scelte a cura di P. Lazaro Iriarte OFM CAP

Roma, 1981

Fanciullezza e adolescenza (1661-1677)

 

OTTAVO GIORNO

 

Ero la croce di tutti, eppure tutti mi volevano bene

 

Di già ero disposta di andare dove volevano, chè per tutto andavo volentieri. Solo mi sentivo un certo desiderio di volermi monacare in una religione più stretta. Così il Signore mi provvide il luogo qua, e fu cosa come di miracolo.

Ebbi tanto contento che non vedevo l’ora di venire. Andò la cosa un poco in lungo, ed in questo tempo passai molti travagli. Pensate! non davo retta a niente. Quando poi fui accettata parve che tutto l’inferno si scatenasse. Provai di molte tentazioni, delle più forti; ma in specie sopra lo stato religioso. Di tutto questo non dissi parola al confessore; tutto passai sotto silenzio. Nell’orazione vi provavo molto tedio; vi stavo un po’ poco, eppoi andavo abbadarmi coi miei altarini. Di già di questo ve l’ho scritto un’altra volta. Così pare a me.

Delle volte provavo anche qualche applicazione particolare; e con tutto che cercavo di sollevarmi con qualche frascheria del secolo, tanto sentivo la mia mente anche applicata tutta in Dio. Per quanto mi ricordo mi pare che la passione del Redentore molto mi commovesse, ed alle volte anche mi moveva al pianto. Più mi esercitavo nell’orazione mentale, più noia mi veniva alle cose del secolo. Delle volte avevo anche qualche lume particolare sopra la propria cognizione; ma di queste cose non dicevo niente nemmeno con il confessore.

E’ ben vero che tali lumi mi facevano inoltrare vieppiù nella strada dell’orazione; e, per non essere veduta, dicevo alla serva che la mattina di buona ora mi chiamasse. Così essa faceva, ed io subito mi levavo. Stavo in orazione per più ore; ma che cosa facessi non so raccontarlo. So bene che, uscita da essa, mi sentivo un certo fervore. Mi saria messa a fare tutte le fatiche di casa; ma questo m’era proibito, perché dubitavano che tutto mi aesse a far male. Poche volte uscivo dall’orazione che il Signore non mi dicesse internamente che avevo da esere la sua sposa. Tuttociò mi teneva stabile nel mio progetto di monacarmi; sempre più brama avevo ad esso.

Qualche volta, quando veniva qualche solennità, sentivo come una fiamma nel cuore, la quale parevami che mi ravvivasse tutta. Non trovavo luogo. Mi mettevo a correre per casa come passa, e facevo anche ridere delle volte.

Tutto il mio gusto lo pigliavo però nel fare quegli altarini. Benché in casa di questo mio zio non avevo tanta comodità di farli tanto frequenti, con tutto ciò mai li ho lasciati. Al lavoro non avevo troppo genio. E’ ben vero che in un’ora facevo quanto un’altra in una giornata. Non mi curavo che mi fosse insegnato niente; ma tutto quello che vedevo fare mi dava l’animo di farlo anche io. Così facevo.

Io ero la croce di tutti, eppure, non so come, tutti mi amavano e mi volevano bene più che non alle altre. Io delle volte facevo qualche riflessione sopra di ciò: me ne meravigliavo sopra molto. Nessuno mi gridava; e, sapete, delle cattivanze ne facevo senza numero.

Ero di natura collerica; per ogni poco mi veniva la stizza, ed era così grande, che delle volte pestavo i piedi come i cavalli, e, credetemi, che facevo tutto per cattivanza. Del resto l’occasione non l’avevo. Molte volte mi mettevo in capo di volere una cosa, e volevo che seguisse come io desideravo.

Mi sentivo un rimprovero interno di mortificarmi, ma, pensate! a nulla davo retta. Parevami che, quando mi mettevo in orazione, il Signore mi ammaestrasse di quello che esso voleva da me; ma pensavo che fosse mia propria immaginazione. Con tutto ciò lo sentivo di nuovo. Questo mi faceva molto bene, e mi cominciai avvezzare al silenzio, il quale mi porgeva aiuto a stare più applicata; e con tutto che poco attendevo alla mortificazione, questo mi metteva nella pratica di essa. Così a poco a poco mi invogliavo più che mai del patire.

Molte volte mi levavo la notte e facevo qualche poco di orazione. Ci avevo qualche applicazione particolare, ma non penso che fossero raccoglimenti. Bensì in questi due ultimi anni che stetti nel secolo, cioè nel 14° e 15° di mia età, ambedue li passai con queste cose qui sopra accennate. Io tanto facevo le vanità, e molte volte sentivo soddisfazione in esse; ma nel medesimo punto sentivo il rimprovero interno, il quale non mi lasciava in pace, finché non cominciavo a cavarmi di molte frascherie che posto mi avevo.

 

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