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Dai “Discorsi” di sant’Agostino

I discepoli di Emmaus

Quando Cristo morì, i suoi discepoli lasciarono cadere dal loro animo questa speranza, questo dono, questa promessa, questa grazia così segnalata, e vedendolo morto persero ogni speranza. Osservate! Si riferisce loro che è risorto e le parole di chi reca tale annunzio vengon prese per allucinazioni di menti folli. La verità era diventata quasi una follia. […] Ecco la situazione in cui si trovavano i discepoli dopo la morte di Cristo: ciò che a noi incute orrore, questo erano diventati loro.  […] E passiamo a quei due ai quali Cristo apparve lungo la via ma i loro occhi erano impediti dal riconoscerlo. Le loro parole manifestano lo stato del loro cuore; la voce è testimone di ciò che passava nel loro animo: testimone, dico, per noi, poiché a Cristo era palese il cuore di per se stesso. Parlavano fra loro della sua morte. Egli si unì a loro come terzo compagno di viaggio. Egli, che era la via, cominciò a dialogare con loro lungo la via e attaccò il discorso. Pur sapendo tutto, chiede di che cosa stiano parlando e, fingendosi ignaro dei fatti, vuol provocare la confessione. Gli dicono: Tra i pellegrini convenuti a Gerusalemme tu sei certo il solo che non sai cosa sia successo in città durante questi giorni, che non sai di Gesù Nazzareno che fu un grande profeta! (Lc 24, 18-19). Non più Signore ma profeta! Dopo la morte di lui, credevano che questo egli fosse stato. Lo veneravano ancora come profeta, sebbene non lo riconoscessero come Signore non solo dei profeti ma anche degli angeli. Continuano: I nostri anziani e i sommi sacerdoti lo consegnarono perché fosse condannato a morte. Ed ecco, questo è il terzo giorno da quando queste cose sono accadute. Eppure noi speravamo che egli sarebbe stato il redentore d’Israele. (Lc 24, 20-21). È questa tutta la vostra pena? Speravate! Siete ora nella disperazione? Come vedete, avevano perduto ogni speranza. Egli allora cominciò a spiegar loro le Scritture, in modo che imparassero a riconoscere Cristo proprio dal punto dove s’erano allontanati da Cristo. Avevano perso la speranza in Cristo perché lo avevano visto morto. Egli al contrario spiega loro le Scritture argomentando in modo che si persuadessero che, se non fosse morto, non sarebbe potuto essere Cristo. Da Mosè, dalle Scritture successive e dai profeti trasse l’insegnamento di quel che aveva loro detto, che era necessario che il Cristo morisse e così entrasse nella sua gloria (Lc 24, 26). Udendo godevano e sospiravano; e, come essi stessi confessano, ardevano; ma non riconoscevano la luce lì presente.

Che sorta di mistero, miei fratelli! Entra in casa loro, si fa loro ospite e, mentre era rimasto sconosciuto lungo tutto il cammino, lo si riconosce allo spezzare del pane (Cf. Lc 24, 30-31). Imparate ad accogliere gli ospiti, nella cui persona si riconosce Cristo. O che non sapete ancora che, tutte le volte che accogliete un cristiano, accogliete Cristo? Non lo dice forse lui stesso: Ero forestiero e mi avete accolto? E se gli replicheranno: Ma quando, Signore, ti abbiamo visto forestiero, risponderà: Tutte le volte che l’avete fatto a uno dei miei fratelli, fosse anche il più piccolo, l’avete fatto a me (Mt 25, 35. 38. 40).Quando dunque un cristiano accoglie un altro cristiano, è un membro che si pone al servizio di un altro membro, e con questo reca gioia al capo, che ritiene dato a sé ciò che si elargisce a un suo membro. Ebbene, finché siamo quaggiù, si dia il cibo a Cristo che ha fame, si dia da bere a lui assetato, lo si vesta quando è nudo, lo si ospiti quand’è pellegrino, lo si visiti quando è malato. Queste cose comporta l’asperità del cammino. Così dobbiamo vivere nel presente pellegrinaggio durante il quale Cristo è nel bisogno: ha bisogno nei suoi, pur essendo pieno di tutto in sé. Ma colui che nei suoi è bisognoso, mentre in sé abbonda di tutto, convocherà attorno a sé tutti i bisognosi. E vicino a lui non ci sarà più né fame né sete, né nudità né malattia, né migrazioni né stenti né dolore. So che tutti questi bisogni lassù non ci saranno, ma non so cosa ci sarà. Che tutte queste cose non ci saranno l’ho potuto apprendere; quanto invece a quel che troveremo lassù, non c’è stato occhio che l’abbia visto né orecchio che l’abbia udito né cuore d’uomo in cui sia penetrato (1 Cor 2, 9). Lo possiamo amare, lo possiamo desiderare; durante il presente esilio possiamo sospirare il possesso di un tanto bene; ma non possiamo raggiungere col pensiero né spiegare adeguatamente a parole quel che esso sia, o, per lo meno, io non ne sono capace. Cercatevi pure, o fratelli, qualcuno che abbia tale capacità, e, se vi riuscirà di trovarlo, trascinate da lui anche me insieme con voi perché divenga suo discepolo. Quanto a me, so una cosa sola, che cioè Dio – come dice l’Apostolo – ha la potenza di compiere opere che superano la nostra facoltà di chiedere e di comprendere (Eph 3, 20). Egli ci condurrà là dove si realizzeranno le parole scritturali: Beati coloro che abitano nella tua casa! Ti loderanno nei secoli dei secoli (Ps 83, 5). Tutta la nostra occupazione sarà la. lode di Dio. E cosa loderemo se non ciò che ameremo? E null’altro ameremo se non ciò che vedremo. Vedremo la verità, e questa verità sarà Dio stesso, di cui canteremo la lode. Lassù troveremo ciò di cui oggi abbiamo cantato: troveremo l’Amen, cioè Quel che è vero, e l’Alleluia, cioè: Lodate il Signore.

 Tratto da: https://www.augustinus.it

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