LE ANTIFONE MAGGIORI DELL’AVVENTO

MAURICE GILBERT S.I.

Conclusione

La divisione tra le quattro prime antifone e le tre ultime può adesso essere illustrata più accuratamente. Le quattro prime, come detto all’inizio di queste pagine, costituiscono un insieme segnalato dall’acrostico al rovescio: CRAS, domani. Inoltre tutti i titoli e anche le domande provengono dall’Antico Testamento, anche se la loro interpretazione messianica è spesso già data nel Nuovo o nella tradizione cristiana antica. Per ciascuno dei tre ultimi giorni del settenario, dove le parole chiave lette in senso inverso rivelano il verbo: ERO, sarò, troviamo alcune espressioni che si spiegano unicamente alla luce del Nuovo Testamento e della fede cristiana.

L’antifona O Oriens del 21 dicembre, quando si lega questo titolo alla domanda: illumina sedentem in tenebris et in umbra mortis, è un chiaro riferimento a Lc 1,78-79, alla fine del Benedictus.

Quanto alle due espressioni: splendor lucis aeternae et sol iustitiae, la prima riprende il cammino iniziato il 17 dicembre con la Sapienza e il suo ruolo cosmico, e la seconda rimanda all’ultima pagina dei libri profetici dell’Antico Testamento. In questo modo, tutta la prima rivelazione si trova assunta all’interno del testo di Luca.

L’antifona del 22 dicembre, O Rex, comporta un’espressione esclusivamente neotestamentaria: qui facis utraque unum, come detto sopra. Il riferimento a Ef 2,14 intende l’unità in Cristo, chiamato lapis angolaris (Ef 2,20) dei cristiani, sia quelli di origine pagana sia quelli di rango giudaico. I pagani sono menzionati nei titoli: O Rex- gentium et desideratum earum (O Re delle genti e desiderato da esse), mentre la domanda, con riferimento a Gn 2,7, unisce ogni essere umano perché formato de limo, da fango, terra.: la salvezza portata da Cristo nella sua incarnazione raggiunge tutti.

In fine, l’ultima antifona, O Emmanuel, del 23 dicembre si conclude per la prima volta in questo contesto con un’invocazione esclusivamente cristiana: Dominus Deus noster (Signore nostro Dio).

Soltanto i cristiani riconoscono nell’Emmanuel il loro Signore Dio. Infatti la parola ebraica Immanuel significa «Dio con noi», ma l’uso cristiano supera infinitamente il senso della profezia d’Isaia. Inoltre, conservando l’apertura ai pagani con il titolo expectatio gentium…. quest’ultima antifona è l’unica del settenario a insistere su due temi. Partendo dal titolo Emmanuel (Dio con noi), l’antifona ripete più volte il «noi»: «Re e legislatore nostro», «vieni a salvarci, Signore Dio nostro». D’altra parte, il tema della salvezza già presente nell’antifona precedente, quella del 22 dicembre, ne reitera qui la portata universale: Salvator earum, espressione che può ricordare testi del Nuovo Testamento, prima di domandare: «Vieni a salvarci».

Si vede dunque che le tre ultime antifone si appoggiano, più esplicitamente delle quattro precedenti, sul Nuovo Testamento, sui Vangeli di Luca e di Matteo e, la penultima, sulla teologia paolina.

La lettura delle antifone maggiori dell’Avvento proposta in queste pagine mette in luce la ricchezza del loro contenuto, lo sviluppo della loro teologia, dalla prima all’ultima, e la loro ripartizione in due gruppi, le quattro prime e le tre ultime.

L’attesa in preghiera del Natale si presenta come una rilettura cristiana dei passi più chiaramente messianici dell’Antico Testamento e come il rinnovamento della fede sulle orme del Nuovo.

Dopo la riforma voluta dal Concilio Vaticano II, la nostra liturgia dell’Avvento richiede più che mai l’accoglienza della speranza veterotestamentaria. Le antifone «O» confermano che la tradizione cristiana antica coltivava già con finezza acuta lo stesso orientamento.

Da “La CIVILTA’ CATTOLICA” del 15 novembre 2008

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