Proponiamo l’articolo apparso sull’Osservatore Romano del 21 giugno 2018 sulla nostra beata Angela Astorch scritto da Isabella Farinelli,  ringraziandola per l’interesse appassionato con cui si è occupata della nostra storia fatta di figure di santi da imitare.

http://www.osservatoreromano.va/it/news/prua-francesco-e-chiara

A prua Francesco e Chiara

Gli scritti di María Angela Astorch 

Arazzo raffigurante san Francesco e santa Chiara (XX secolo)

Beatificata solennemente il 23 maggio 1982 da san Giovanni Paolo II, María Angela Astorch (1592-1665), mistica cappuccina, «vive intensamente» e intensamente narra, come le viene comandato, le sue esperienze mistiche e corporee, con una immediatezza che avvicina cielo e terra, riapparendo «con il suo messaggio cristiano in un momento in cui siamo più capaci, per così dire, di coglierlo nella sua vera dimensione». Così ne parla lo studioso cappuccino Lázaro Iriarte (Aspurz 1913 – Roma 1997), curatore del corpusdei suoi scritti (Mi Camino Interior. Relatos Autobiográficos. Cuentas de Espíritu. Opúsculos espirituales. Cartas, Madrid, Hermanos Menores Capuchinos, 1985, con la collaborazione tecnica della Biblioteca de Autores Cristianos). L’edizione in italiano, frutto di un lungo lavoro ma piacevole alla lettura, è uscita con la traduzione di Mauro Papalini per la Libreria Editrice Vaticana (Città del Vaticano 2016, 296 pagine, 11 euro) con il titolo composito: Beata María Angela Astorch L’autobiografia; Gli opuscoli spirituali; Le lettere. La beata, di madre lingua catalana, «scrisse in un castigliano abbastanza colloquiale, anche con espressioni oggi sconosciute alla lingua spagnola; vi sono molte ripetizioni, lo stile non è curato anche perché i confessori pretendevano che non correggesse» (Papalini). Nata a Barcellona il primo settembre 1592 (è Storch la lectiocorretta del cognome, che era quello materno), battezzata come Jerónima María Inés, rimase orfana di madre a dieci mesi, e a cinque anni perse anche il padre. Affidata a una balia, data per morta tra i sei e i sette anni, tornò a vivere per le preghiere della fondatrice delle cappuccine di Barcellona, dove entrò a undici anni col nome di María Angela, emettendo la professione religiosa nel 1609. Eletta nel consiglio della comunità, il 24 maggio 1614 inaugura un nuovo monastero a Saragozza, dove sarà a lungo alacre e laboriosa abbadessa. Su sua richiesta, Urbano VIII ne approva nel 1627 le costituzioni. Di nuovo abbadessa, dopo lo scoppio della guerra di Catalogna, che suscita la sua costante preoccupazione per la sorte della patria, nel 1645 María Angela parte per una nuova fondazione cappuccina a Murcia, dove il 29 giugno sarà inaugurato il monastero dedicato all’Esaltazione del Santissimo Sacramento. Fu durante quel viaggio avventuroso che la beata scrisse, fra l’altro, la cronaca sopra riportata. Nel 1648, durante la pestilenza, ella ottenne da Dio che nessuna delle religiose perisse; ma il 14 ottobre 1651, la grande inondazione di Murcia costrinse le cappuccine ad abbandonare il monastero. Vi torneranno definitivamente solo tre anni dopo. Ormai malata, María Angela muore il 2 dicembre 1665, a 73 anni, in concetto di santità, dopo aver rinunciato alla carica di abbadessa «perché inabile e tornata bambina, come aveva chiesto a Dio». Il processo informativo diocesano, subito aperto, prosegue con varie fasi; del 3 aprile 1773 è il decreto di approvazione dei suoi scritti; tra 1890 e 1892 ha luogo il processo diocesano sulla guarigione prodigiosa di Carmen Hidalgo per sua intercessione, fino ai pareri favorevoli dei medici che si ripetono fra 1926 e 1980, portandola all’onore degli altari. Definita da san Giovanni Paolo II «la mistica del breviario», suor María Angela trovò in effetti nei testi liturgici la fonte e l’alimento della sua vita contemplativa.

«I vari tempi dell’anno liturgico si succedono nel suo spirito, ognuno con il suo proprio significato, divenuti vera esperienza infusa», scrive padre Iriarte. Si sente pervasa di luce superiore e rapita in Dio mentre recita il libro delle ore, e al tempo stesso tiene d’occhio e segue attentamente l’esercizio del coro. «Sua Maestà — racconta la beata — mi comunica il senso autentico di quello che sto cantando, in modo che posso dire con verità che canto gli effetti interiori del mio spirito e non la composizione ed i versetti dei salmi». Riconosceva come dono particolare di Dio la prodigiosa conoscenza del latino che fin dall’adolescenza stupiva gli ecclesiastici e favoriva il suo appassionato approccio alle letture bibliche e il suo finissimo senso ecclesiale. Pochissimi suoi scritti si conservano in originale; ne fu eseguita una provvidenziale copia, con fedeltà meticolosa, nel 1832, quando venne istruito il processo sull’eroicità delle virtù, per ordine del vescovo di Cartagena José Antonio de Azpeitia, che affidò l’incarico al canonico José Sáenz de Tejada. Il testo più corposo, che l’autrice intitola Racconto della mia vita, nell’originale scomparso formava un quaderno di 48 pagine, che furono bruscamente interrotte, forse a causa della peste di Murcia nel 1648. Si può desumere che la monaca lo iniziasse, per obbedienza al direttore spirituale e dunque a «Sua Maestà», pochi mesi dopo l’arrivo a Murcia, «nel nome della Santissima Trinità». Aveva avuto la sua «prima locuzione soprannaturale», racconta, trentatré anni prima, cioè ai primi tempi di Saragozza.

Come scrivono i curatori, la Astorch resta una delle più originali e meno note figure della mistica spagnola del XVII secolo: se è in parte debitrice della terminologia elaborata da un glorioso secolo di letteratura mistica castigliana, non ha però altri modelli e non teme di coniare neologismi, che ne rendono complessa ma intrigante la traduzione. Il canonico Alejo de Boxadós, suo direttore spirituale dal 1641, le fece leggere santa Teresa d’Avila (cui si potrebbe pensare di paragonarla), san Giovanni della Croce (non ancora beatificato) e Tommaso di Gesù, ma lei rispose: «Ignoro questi modi nelle mie situazioni». Iriarte cita piuttosto santa Gertrude di Helfta, autrice di opere di grande bellezza spirituale quanto letteraria, che circolavano in latino e in castigliano: la Astorch li cita, ma forse non si può parlare di un influsso diretto. Particolarmente originale e curata rispetto al resto è la terminologia mistica, «coniata anche da lei stessa quando è costretta a esprimere con termini umani luci o esperienze a cui non corrisponde un nome», come la beata ripete spesso «Ogni esperienza intima, ogni “misericordia”, trova la sua parola corrispondente, eccezion fatta per quelle che sono ineffabili per la loro natura strettamente infusa».

di Isabella Farinelli

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