Liturgia Eucaristica

Monastero Clarisse Cappuccine – Genova

3 maggio 2018

50° di Consacrazione

 Sr. Maria Delfina del Preziosissimo Sangue

Omelia di don Claudio Doglio

“Donna che cerchi?” E’ una domanda fondamentale che Gesù pone: l’evangelista Giovanni la riporta in forme simili tre volte.

E’ la prima parola che pronuncia Gesù nel racconto del quarto vangelo: “Chi cercate? I due discepoli che lo avevano seguito gli chiedono: “Dove dimori?” Ed Egli propone di andare e dimorare con Lui e poter vedere la sua gloria.

 All’inizio del racconto della passione nel giardino dell’arresto si fa avanti e domanda: “Chi cercate?

E adesso, nel nuovo giardino, il primo giorno della settimana, a Maria di Màgdala che piange chiusa nel suo dolore e nel suo pensiero sbagliato, ma innamorato, per la terza volta; ma questa volta al singolare, le chiede: “Chi cerchi?”

 “Donna” , è tipico di Giovanni adoperare questo vocativo, e non è consueto tuttavia rivolgersi ad una persona in questo modo; il linguaggio simbolico di Giovanni fa sì che questo vocativo richiami nella figura femminile, l’immagine del popolo come partner dell’alleanza; è la sposa di Dio. La Madre a Cana viene chiamata donna, l’Israele fedele. La donna di Samaria, il popolo malamente religioso, viene chiamato donna, “Credi a Me”. L’adultera, immagine dei pagani lontani da Dio, viene chiamata donna: “Nessuno ti ha condannata? La Madre, di nuovo, ai piedi della croce viene chiamata donna per essere legata al figlio che è il discepolo, la comunità pura della Chiesa. E per l’ultima volta a Maria di Magdala, il giorno di Pasqua, nel giardino, per l’ultima volta Gesù adopera questo vocativo, si rivolge all’umanità. Concretamente però si rivolge a questa donna, e le pone la domanda fondamentale: “ Chi cerchi?”

 E’ la domanda di fondo che ci siamo posti noi, quando, cresciuti, abbiamo pensato che cosa fare della nostra vita; abbiamo cercato il Signore; più di cinquant’anni fa tu hai cominciato a cercare il Signore, eppure per tutti questi anni, e quelli a venire, la domanda sarà sempre la stessa: “Chi cerchi? E’ proprio vero che cerchi Me?”

Ogni mattino è il mattino di Pasqua, ogni mattino, di buon ora, andiamo a cercare il Signore, ma il rischio è quello di cercarlo nel passato; Maria di Màgdala  pensa a ciò che è stato, lo cerca morto, le spiace che sia morto, ma sa che ormai è così ed è ancorata al passato; è dispiaciuta di non trovare più il corpo e interpreta molto materialmente quella sparizione, se non c’è il corpo, vuol dire che l’hanno portato via, a lei basta il cadavere,  è pronta ad andarlo a prendere, pur di poterlo onorare.

     Vediamo in questo esempio meraviglioso il dramma della nostra testa dura, ognuno di noi ha le sue idee e le sue fissazioni, e le proiettiamo anche sul Signore.

  Maria di Màgdala cerca il Signore, ma lo cerca a modo suo, e ripete sempre, più volte, la stessa frase: “L’hanno portato via”.  Vede Gesù, ma non riconosce Gesù, lo prende per il custode del giardino.  E’ un meraviglioso esempio di fraintendimento giovanneo: ha ragione, o si sbaglia? Tutte e due, è come se prendeste tutte le possibilità, siate cattoliche, abbracciate la totalità.  Si sbaglia perché Gesù non è l’ortolano che fa i lavori nel giardino e tiene i fiori in ordine, ma ha ragione, perche Gesù è l’Uomo del giardino, è il Custode del giardino, di quel giardino primordiale, simbolo dell’amicizia, dell’incontro, della piena comunione dell’uomo con Dio, è Lui che ha riaperto il giardino, e che nel giardino è stato crocifisso, e nel giardino è stato sepolto, e nel giardino va incontro all’umanità all’inizio di una nuova Era.

Maria di Màgdala, la donna, è l’immagine dell’umanità redenta. Siamo all’inizio di una nuova storia, di un nuovo giardino; c’è una nuova coppia, il Nuovo Adamo incontra l’umanità  testona, ma innamorata, che lo cerca, ma a suo modo,  con le sue fissazioni e, dopo che ella, per l’ennesima volta, ha ripetuto la sua fissazione: “Se l’hai portato via tu dimmi dove l’hai messo e io vado a prenderlo” Gesù le dice solo una parola, la chiama per nome, e dovete immaginare il tono con cui Gesù l’ha chiamata.  Ci sono mille modi possibili per chiamare una persona, e dobbiamo sentire il nostro nome proprio chiamato dal Signore Gesù, chiamato con affetto e con rimprovero.

E’ un dolce rimprovero, è un sorriso benevolo che sveglia la coscienza di quella donna, è l’atteggiamento di chi chiamandola le dice: “E … riconoscimi, e … svegliati, e comprendi la realtà”  A me sembra che un tono sia proprio questo: ”Maria, ma possibile … “ è detto con cuore ed affetto,  proprio perché le vuole bene … “Maria … e finisci di ripetere questa storia, non mi vedi?” E’ un esercizio spirituale splendido, provate ad immaginare la voce del Signore che pronuncia il vostro nome con un dolce tono di rimprovero; e proprio perché lo cercate e gli volete bene, e Lui vi vuole ancora più bene e ricerca il vostro vero bene, ogni giorno vi risveglia con questo tono di affetto;  e ricomincia:”Ripartiamo!”.

 Maria di Màgdala, nel quarto Vangelo, non ha una sua identificazione, di lei non si dice nulla, semplicemente compare ai piedi della croce, Maria non fa niente, è protagonista di questo episodio, ed è una figura che Giovanni adopera proprio come simbolo  dell’umanità redenta, è la nuova comunità che lo riconosce, ma non lo deve trattenere … sentendo quella dolce, cara voce di Gesù, lo riconosce, grida: “Maestro mio”, vorrebbe abbracciargli i piedi, trattenerlo, fermarlo …

  Non torniamo indietro, dobbiamo andare avanti. Non ripensare al passato con rimpianti o nostalgie, ringrazia il Signore per i cinquant’anni vissuti, ma proiettati nel futuro  perché il meglio deve ancora venire, il giardino è davanti, è la prospettiva futura, è la meta,” Non pensare che non sono ancora salito al Padre, e quindi puoi trattenermi”.  La voce del Cristo risorto ci risveglia ogni giorno alla nostra realtà, in tensione verso l’eternità, e non ci lascia ripiegati sul passato, o ancorati al presente, ci vuole proiettati verso il futuro, verso l’incontro pieno.  “Parti dall’idea che ora sono salito al Padre e che ora è diventato anche Padre tuo, e vai a dire ai discepoli che è Padre vostro”; e lei obbedisce, non lo trattiene, ma va.  L’incontro fa nascere la missione: “Ho visto il Signore”.  E’ l’annuncio grande che completa la promessa iniziale …”Che cosa cercate?” “Dove dimori?” “Venite e vedrete”  “Ho visto il Signore”. Alla fine Maria di Màgdala è la comunità dei discepoli che ha visto il Signore, ha fatto esperienza, ha incontrato il Signore, e ognuno di noi, a proprio modo può ripetere e raccontare la propria esperienza che tuttavia non è conclusa, non è finita. L’abbiamo incontrato all’inizio quando abbiamo deciso e lo stiamo incontrando giorno per giorno da anni e lo incontreremo meglio nel futuro e nella pienezza. E’ la dinamica della sposa del Cantico che tende all’amore della sua anima, lo cerca a volte in modo fallimentare con sofferenze e problemi senza riuscire a trovarlo, incontrando magari le guardie o i soldati.  Incontrato il Signore, lo strinse forte e promette: “Non lo lascerò”.  E’ quello che dobbiamo fare: l’abbiamo trovato, stringiamolo forte e non lasciamolo. Ci ha messo come sigillo sul cuore e sul braccio: mente e azione.   Il sigillo è segno di appartenenza, è legame, ci ha presi e ci ha fatti suoi, perché il suo amore è più forte della morte, e le grandi acque (nemmeno quelle del diluvio), non possono spegnere la fiamma dell’amore.   E’ l’amore di Dio che è stato acceso nei nostri cuori e noi abbiamo trovato pace in questo amore, ma non è una pace di quiete tranquilla e inoperosa, ma è una pace che anela alla pienezza.  L’abbiamo trovato, l’abbiamo stretto, siamo insieme,  eppure abbiamo sete di Lui.   Più lo mangi e più viene appetito, (l’appetito vien mangiando), e l’amore non si sazia mai, più si sperimenta e più si desidera il compimento, la pienezza e la crescita.

   In questo senso continuiamo a cercarlo, e per trovare dobbiamo ascoltare la sua voce, alla porta del cuore Egli continua a bussare, rimproverando ed educando. Sono anni che Gesù ci educa, ci rimprovera e parla al nostro cuore. La porta del cuore ha una maniglia interna, e il Signore non apre la porta a forza, bussa e chiede permesso e aspetta la nostra disponibilità. Se ascoltiamo la sua voce e gli apriamo la porta, promette che verrà da noi, entrerà dentro di noi e ceneremo insieme.

 E’  l’incontro Eucaristico come vertice, ma ancora come “segno”, il vertice vero è l’incontro faccia a faccia, che l’Eucaristia annuncia in modo sacramentale, ma accende il desiderio,  è il pegno della gloria futura, riempie l’anima della grazia, ma è solo la caparra, il saldo deve ancora venire, la pienezza è futura, è sul trono insieme al Cristo al fianco del Padre suo. Mangiare con Lui da vincitori è l’obiettivo della nostra esistenza, essere con Lui in una comunione di vita totale.

  E allora, mentre ringraziamo il Signore per i doni che ci ha dato, che ti ha dato in questi cinquant’anni, Gli chiediamo la grazia di ascoltare la voce, di lasciarci rimproverare ed educare, che il desiderio di cercarlo cresca, non secondo i nostri schemi, ma secondo la sua Parola e di lasciarci trovare, di lasciarci risvegliare ogni mattino per riscoprire la Presenza, entusiasmante, nuova oggi rispetto a ieri.  E  Gli chiediamo la grazia dell’ entusiasmo per dire agli altri: “Ho visto il Signore”.  E quello che è la nostra esperienza.  Possa essere un aiuto per gli altri, perche quell’amore che è stato acceso in noi, possa essere trasmesso, e accenda lo stesso amore in altri.

 Ringraziamo il Signore per i cinquant’anni di consacrazione, ma non ci ripieghiamo nel passato, è solo l’anticipo, è solo la caparra, la pienezza deve ancora venire, il giardino è davanti a noi e le porte sono aperte.   E’  l’invito alle nozze, alle nozze eterne, all’incontro pieno con il Signore, dove saremo sempre con Lui.

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